Pittrice contemporanea Italiana

TESTI CRITICI

Testo critico Emanuele Horodniceanu

Per esprimere la sua arte, a colori o in bianco e nero, Katia utilizza varie tecniche: l’olio, l’acrilico, il pastello, l’acquarello, il carboncino, la matita. Si muove con sapienza e abilità tecnica sia su tela che su carta e la sua formazione come scenografa le consente di dar vita e mettere in scena con abilità i suoi arcani e suggestivi paesaggi, le sue spettacolari composizioni aeree e marine, i suoi personali territori della fantasia.

Nata e vissuta a Feltre, in quei luoghi dove la piana bellunese comincia ad elevarsi sino a farsi montagna, non stupisce che, in qualche modo, tutta l’opera di Katia sia scandita da ascensioni, traversate, verticalità, altitudini, vagabondaggi aerei…Da arditi percorsi che l’hanno portata sempre più in alto, oltre e al di là di grattacieli e monti. E si è perduta a vagare e a sognare in uno spazio lontano e misterioso dove ricollocare la sua quotidianità e i suoi pensieri sfidando il vuoto in funamboliche estreme visioni notturne e diurne che si muovono tra cieli e nuvole, lune, pianeti, acque pacate e acque rabbiose.

Un aero-surrealismo nel quale si libra, lasciando scorrere, ricordi, emozioni, ansie, paure, avventure, giochi, acrobazie.

Ci sono le grandi onde che travolgono e cancellano le città, il mare di sabbia che soffoca le celebrate architetture, le passerelle e le superstrade che portano nell’ignoto,

le biciclette equilibriste, un’ aspirante paracadutista… Un mondo fantastico fatto di realtà e immaginazione, di evasioni, curiosità, di terra, acqua, cielo e oltre….

Katia si lascia dondolare aggrappata ad una fune in uno spazio/mondo che la inquieta e la affascina tanto da farne il suo habitat pittorico, la sua casa delle meraviglie, delle esplorazioni e delle scoperte.

Un fanta-surrealismo nel quale più recentemente sono entrati in scena elementi della natura: succosi imponenti colorati frutti…. Le nature morte spaziali di Katia, lasciate le seicentesche tavole di qualche palazzo, sono approdate all’aria aperta di un altrove senza pareti. Primizie terrestri precipitate su pianeti-deserti di sabbia o di sale o, sospinte dalle onde, spiaggiate su arenili di terre inesplorate. Grandi pere, arance, limoni, mele come idoli vaganti d’un panteismo cosmico venuti a portare il loro verbo nel silenzio del nulla. Obelischi, templi o basiliche si fanno oasi nell’ostile aridità del paesaggio. Sferiche divinità della risacca che illuminano la notte silente di una spiaggia dove possono apparire nella lontananza flebili tracce di una Venezia perduta.

E la cupola della Basilica della Salute è una visione, un flash nel buio, sostituita dalle rotondità salvifiche di una Dea Mela…una Dea Madre o semplicemente una Madre in attesa che si è fatta frutto, pomo o melagrana, dal cui ventre può venire alla luce un’altra Venezia. Nascita di un sogno (e di una città) si è intitola quel dipinto o, forse meglio, una ri/nascita…In una laguna desertificata, nella quale si intravedono ancora i simboli di una passata storia, la melagrana partorisce un’altra basilica di San Marco, mentre i suoi brillanti chicchi color sangue vanno ad irrorare e dissetare la steppa lagunare.

In questi scenari inquietanti e desolati Katia porta con sé la forza creatrice della vita, la capacità della natura di rigenerarsi sempre, di riportare vagiti di speranza. Una speranza che trova una sua trionfante manifestazione in quella landa quasi lunare dove approdano fragole, more e gocce d’oro: il rosso, il nero, il giallo…Strappate all’oscurità di qualche caravaggesca cesta o fiamminga tavola, si stagliano nella luce stanca come divinità venute a portare una lieta novella. Una visione positiva affidata al cuor pulsante e ad un cervello contenitore di sentimenti, memorie e saperi. Quello di labirintiche noci/astronavi sbarcate tra sabbie che hanno cancellato il passato.

In queste nature morte “spaziali” Katia offre un dipingere meno irrequieto, acrobatico, vertiginoso quasi pacatamente e solidamente materno nel suo celebrare con toni quasi iperrealistici la fertilità che si impone sulla sterilità, la fecondità sulla siccità. Ed è una pittura paziente che cerca il dettaglio ma senza esasperazioni fotografiche. Oltre alla tecnica, alla tangibile fisicità, questi frutti si fanno contenitori di vita, di emozioni, bio/messaggeri di una rigenerazione che può passare solo attraverso il grande cuore (e il cervello) di Madre Natura. Resta comunque, sia in queste più distese e solenni nature morte che nelle intrepide aero-escursioni, il piacere teatrale della messa in scena, la costruzione di spazi senza confini dove collocare luce e oscurità, visibile e invisibile, la certezza e l’incertezza…Sono tappe di un viaggio quotidiano, con qualche inevitabile pausa, di un sognare oggi, qui, sul pianeta terra. Astronauta, astro-pittrice e astro-madre che percorre cieli fiamminghi e nostrani, s’inoltra nei misteri del buio e s’affaccia nella luce abbagliante…s’arrampica e ridiscende vetrate, trova per via qualche incubo marino e si rifugia nella serenità onirica di un’escursione nello spazio infinito… E’ la sua pittura, vicina e distante, solida nelle sue radici, leggera nei suoi modi ascensionali, carica di un’ energia che la porta a spaziare dentro il suo piccolo mondo e altrove, senza mai smarrirsi, ritrovando sempre la strada di casa…

                                                                                                                                                                                                                              24 agosto 2019, Consorzio di Bonifica del Veneto Orientale, San Donà di Piave(VE)

 

Testo di Emanuele Horodniceanu

Deserti e montagne. Mare e cielo. Cielo e oltrecielo. Visione d’infiniti spazi, zone d’impossibili incontri e architetture, di equilibri precari, d’acrobazie e volteggi. Lassù o laggiù tutto è possibile quando la mente socchiude/chiude i suoi occhi e li riapre altrove, lontano e il sogno ti concede di spaziare e navigare in quel territorio vasto e instabile, fuggevole, luminoso e oscuro dove ansie, paure, desideri, memorie costruiscono paesaggi, scenari inattesi, luoghi, storie o frammenti di storie. Dove si ritrovano passato e presente e si affaccia anche un futuro. Sognare e immaginare… Il confine tra buio e luce è labile, il giorno si fa notte e la notte giorno e il giorno si rituffa nell’oscurità. Emergono dal profondo i pensieri, le immagini si depositano, si fanno segno/disegno/colore/pittura su una superficie certa che trattiene e accoglie vagabondaggi aerei, ascese e discese, immersioni ed emersioni, danza e corsa, pedalata e volo…E’ questo il mondo, l’iper-mondo, di Katia Scotti, le sue scenografie oniriche impervie, audaci, sorprendenti: marine, montane, urbane, terrestri o extraterrestri esse siano, fatte di grattacieli, pianeti butterati, altalene, biciclette, scivoli, bolle, funi, cartucciere tese nell’infinito come passerelle, ponti, rampe che si perdono nel vuoto. Una scalinata vestita di rosso regale si allunga e svanisce all’orizzonte, conduce nel nulla di una plaga immersa in un tramonto minaccioso. E si va, liberi di scegliere la via. Si sale o si scende, ci si avventura o si resta aggrappati all’ala del presente. Evasioni in rosso con gli occhi di una bambina delle meraviglie addosso e la voglia di scoprire, di portare il noto nell’ignoto, di dondolare in un altrove. E viaggiano assieme, conscio e inconscio, quotidiano e surreale, sorvolando le montagne sulle ali d’un velivolo e non sai se lanciarti nel vuoto o restartene accucciata ad ammirare le cime annuvolate che scorrono lì sotto. Se salire sulla cima di un grattacielo e oltre dove stanno batuffoli di nuvole o raggiungere la certezza (o l’incertezza) di una terra. Conosciuto e sconosciuto. Ed è un limbo dove respirare e immaginare, dove perdersi senza smarrirsi, ritrovando un vecchio armadio appeso nel vuoto, gli attaccapanni di casa, abiti dondolanti, una bici da corsa. Oggetti, figure, strutture metalliche o di vetro e la natura che domina la scena, la sovrasta con la sua forza oscura inarrestabile, con il sole, il cielo gonfio di nuvole, le terre aspre, le rocce, il mare/oceano che si ribalta e si fa rabbiosa onda spumeggiante in un vortice che inghiotte palazzi sotto gli occhi di una gelida luna indifferente. Disegno e pittura di spazi aperti, spalancati all’invenzione e all’esplorazione di sé, delle emozioni, delle inquietudini, degli interrogativi, dei ricordi…Paesaggi, luoghi, oggetti del quotidiano che assumono valenze simboliche nell’ardito e fisico aero/surrealismo di Katia, con il suo dinamismo, il suo montano solido approccio all’ascesa e all’asprezza che si fa esperienza concettuale e manuale, esistenziale e teatrale. Un teatro solare o notturno, mobile, vagante, emozionante che si apre al flusso delle immagini, le raccoglie e le libera in “aerobiche” visioni…Un surrealismo della quotidianità che sa osare, trasformando il sogno in sfida con la luce e il buio, con la gravità, con la vita che scorre inarrestabile in un tappeto di nuvole schiumose…

Emanuele Horodniceanu,

Bistrot de Venise 16 marzo 2017

Testo di Ombretta di Bella

Il surreale
Il surreale è celato nel reale, nelle opere dell’artista, attraverso il riflesso di un vetro che presagisce l’arrivo di una grande onda, un vortice improvviso che non vediamo, ma è in agguato.
Deserti assumono forme a metà tra artificio e natura , uomo e realtà si mescolano nella visione che per sua natura è illusione ed allusione ad una realtà che non esiste contemporaneamente allo spettatore e si manifesta come rappresentazione. Si tratta di una realtà che si presenta all’umana percezione può essere o non essere al tempo stesso conforme alle percezioni esperite.
Si notano paesaggi che appaiono bloccati nel tempo e nello spazio pur nel moto accennato e aggrovigliato del vortice distruttivo. Assistiamo al profilarsi di forme silenziose  sotto forma di uno spettacolo raffinato di velature cromatiche, sottili riflessi luministici elegantemente svelati.
Ci si ritrova come spettatori “spettanti” che aspettano quell’improvviso elemento destabilizzante pur sempre rielaborato in un sublime equilibrio di tecnica e pace.

Ombretta Di Bella

Venezia, settembre 2015

 

Testo di Caterina Castellani

 Seducenti e solari le opere di Katia Scotti, che ormai da tempo ha scelto come linguaggio privilegiato quello surrealista. L’artista ha di fatto elaborato una cifra stilistica personale, nella quale si alternano dipinti, installazioni, affreschi e disegni.
Soggetti di daliniana memoria popolano il suo immaginario, che tuttavia continua ad arricchirsi di nuove fantasie e discorsi: lunghe corde che alludono senza dire ai percosi della vita, alla precarietà dell’esistenza, alle incertezze, ma anche alla forza e alla determinazione delle persone, leggere ballerine che danzano sospese circondate da cieli colorati, cieli che alludono a dimensioni ulteriori, per poi incontrare oggetti quotidiani ritratti in dimensioni extra large. Qui ci presenta una sorta di dittico, anche se si tratta opere realizzate in momenti diversi, nel quale il tema del vino diventa lo spunto per un racconto onirico tra passato e presente. Una linea della memoria viene delicatamente accennata; una bimba – una sorta di Alice – seduta in un mondo incantato sopra un chicco d’uva ci porta con se in un luogo dove è ancora tutto fermo, dove si respira un’atmosfera di protezione e sicurezza che solo l’infanzia può generare: lei è protetta perché ancora racchiusa – come in un piccolo acino d’uva – in una infanzia mitica e sospesa. La tensione tuttavia va oltre questa prima immagine, poiché ci proietta verso le incognite del futuro e i cambiamenti delle fasi della vita. Accanto, ai piedi di un grande bicchiere che sembra riflettere ogni cosa, una giovane donna che osserva un cielo, abbracciando nelle intenzioni la totalità del presente.

Caterina Castellani

Mirano, Settembre 2014

Testo di Anna Soricaro

Katia Scotti si esprime con una figurazione espressamente indicativa, parlante, comunicante, affrontando pensieri personali e temi contemporanei. Come se fosse una piattaforma di indagine la mente dell’artista esplora il quotidiano per parlare attraverso l’arte di temi inerenti il futuro, la storia,la forza, i traguardi. Una pittura in continua sospensione, mai legata alla terra, che solleva i suoi personaggi su corde sospese tra cielo e terra o in cieli nuvolosi. Ha il coraggio di affermare uno stile proprio la giovane artista e in questo risiede la sua imponenza, senza ripercorrere una corrente che sia di moda, una figurazione, pertanto, che ha solo apparentemente i tratti caratteristici della contemporaneità, ma che è radicata su un sostrato profondo di una visione diversa della pittura. Tuttavia un’ arte leggera, sobria, soave, dai toni sempre pacati, quasi sentimentali, una giovane artista che avverte l’esigenza di un ripensamento sul significato della vita. Divenendo poetessa del reale Scotti spinge la sua ispirazione su un piano elevato, complesso, che non potrà mancare di dare all’avvenire, come già dà, frutti preziosi.

 Anna Soricaro

 Barletta, Febbraio 2011

Testo di Giulio Gasparotti

Il vero tema di questa mostra di Katia Scotti secondo appuntamento 2005 con l’arte al femminile-proposta da la Cella, è un’avventura individuale sviluppata su una logica interna di guardare alle cose decontestuallizandole e presentandole in primi piani e in dimensioni più grandi, per sublimarle in tinte brillanti e patinate, in calcolate architetture.

La visione è descritta come uno sconfinamento con la percezione del reale”-sono parole della giovane artista- “un viaggio nell’aldilà trasmutato in immagine che blocca il tempo e anima i sogni”.

La realtà ingigantita affronta la realtà che ci circonda, dà accesso ad una diversa temporalità, con forme fuori da motivazioni e controlli apparenti. Un sogno, un’ emozione, un tocco di mistero, una stranezza latente integrano i nessi e le relazioni reali. La sintassi visiva diviene emergenza visiva attraverso gli strumenti tradizionali del far pittura, assunti come reperti linguistici adeguati a piegare l’immagine in una astrazione di semplice associazione. La fluidità compositiva dipende dalla scorrevolezza dello spazio d’ inserimento. Il colore e il disegno mostrano come il soggetto possa restituirsi in proiezione fantasmagorica di un’immagine incontenibile (il sogno) identificata nella propria trascendenza, che è ancora emozione, sentimento, poesia. L’atmosfera è limpida, illusoria, essenziale, con zone immateriali derivate dal vuoto, ai limiti della percezione. Non è una riformulazione pop, in quanto tutte le immagini (le fette d’arancia, il bicchiere, etc.) non trovano nella struttura formale la motivazione loro propria, la loro sostanza semantica, capaci di mimare i miti tipici e i riti quotidiani. Non manca l’umore, né un tocco di loisir. Il rapporto di situazioni, di idea, di presenza, in un tempo unico e in uno spazio privo di limiti, rappresenta- come afferma l’autrice- “le metamorfosi di sogni”.

Giulio Gasparotti

Mestre, Gennaio 2005

 

Hanno scritto di lei:

Giulio Gasparotti, Gabriella Niero, Orfango Campigli, Miguel Mallol Sancez, Anna Soricaro, Elisabetta Vanzelli, Enzio Franceschini, Caterina Castellani

Hanno parlato di lei:

Giorgio Piva, Mara Campaner, Mariagrazia Marchese, Franca Visentin, Sirio Perin.

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